Nel Duomo di Ragusa, domenica sera, il tempo pareva fermarsi. Luci, mormorii e il respiro dei presenti si fondevano in un’attesa antica quanto il centro ibleo. Poi, come un’onda che percorre le navate, è risuonata la triplice acclamazione che ogni ragusano riconosce come parte della propria identità: “Truonu viva, Truonu viva, Truonu viva”. Non un semplice grido, ma l’affermazione di un’appartenenza che si rinnova.
Così è tornata a vivere la “scinnuta” del glorioso patrono San Giorgio martire, primo atto verso i festeggiamenti in programma il 29, 30 e 31 maggio.

Guidati dal parroco del Duomo, don Giuseppe Antoci, i fedeli hanno assistito alla traslazione del simulacro del santo cavaliere dalla nicchia che lo custodisce durante l’anno fino all’abside. Un gesto lento e solenne, che ad ogni edizione sembra rinnovare un patto silenzioso tra il patrono e la sua comunità.
Subito dopo, i componenti del comitato hanno collocato la lancia d’argento che trafigge il drago — dono dei “sangiovannari” nel 1896 — e le staffe del cavaliere, in un intreccio di storia e devozione che continua a vibrare con forza.
Accanto al simulacro è stata traslata, come da tradizione, anche l’Arca santa, lo scrigno che custodisce oltre cento reliquie di santi, tra cui le più recenti della beata Madre Candida dell’Eucaristia e di Santa Teresina di Gesù Bambino. La sua presenza, carica di memoria e spiritualità, ha aggiunto ulteriore intensità al rito, riportando in navata il respiro di secoli di fede.
La Chiesa Madre era gremita. Dopo la messa, i devoti hanno circondato la statua in un abbraccio tramandato di generazione in generazione. Quando l’organo maggiore ha intonato la marcia di San Giorgio, il simulacro, sollevato sulle spalle dei portatori, ha iniziato la tradizionale “ballariata”: non un semplice movimento, ma una danza rituale — il cavallo che avanza, si arresta e riprende il passo; il santo che pare guidare il popolo; la navata che si fa strada, piazza, memoria condivisa.
Le porte del Duomo si sono spalancate e San Giorgio si è affacciato sul sagrato, come per salutare e benedire Ragusa, ricordandole una protezione che non viene meno. Nel tempo pasquale, quel gesto ha portato con sé anche l’annuncio della Risurrezione, la promessa di una luce che ritorna. Il 23 aprile, alle 19, è prevista la celebrazione liturgica con la presenza delle autorità civili e militari.

Poi, lentamente, la città entrerà nel clima della festa esterna, che unisce fede, tradizione, folklore e identità. Ragusa ha avviato il suo cammino.
E il grido che ha colmato il Duomo continua a risuonare nelle strade, nelle case, nei cuori: “Truonu viva”. Perché San Giorgio, qui, non è soltanto un patrono: è un modo di essere comunità.








