A Vittoria qualcuno ha deciso che un simbolo di rispetto e libertà dovesse essere abbattuto. La panchina arcobaleno della Villa Comunale, installata per ricordare che ogni persona merita dignità e inclusione, è stata divelta e scaraventata a terra. Non un semplice atto vandalico, ma un gesto che colpisce al cuore il senso stesso di comunità.
Quella panchina non era un arredo urbano come gli altri. Era un messaggio. Un impegno pubblico contro le discriminazioni, un invito a riconoscere il valore delle differenze, un segno che Vittoria vuole essere una città aperta e civile. Chi l’ha distrutta ha voluto spezzare proprio questo: il significato, non l’oggetto. Ha voluto dire che l’inclusione dà fastidio, che la libertà degli altri può essere calpestata, che il rispetto può essere rovesciato come un pezzo di legno.
La scena che si è presentata agli occhi dei cittadini è dolorosa: la panchina rovesciata nella Villa Comunale, luogo simbolo della socialità e della vita collettiva. Un’immagine che pesa, perché ci ricorda che l’intolleranza non è un concetto astratto, ma un gesto concreto, compiuto nell’ombra da chi non ha il coraggio di mostrarsi alla luce del giorno.
Non è una bravata. È un attacco culturale. È un messaggio di odio che tenta di insinuarsi negli spazi pubblici, nei luoghi dove dovremmo sentirci tutti uguali. E proprio per questo non può essere minimizzato né archiviato in fretta.








