Sicuramente Renato Schifani ha valutato più di una volta l’ipotesi di lasciare in anticipo il mandato che gli elettori siciliani gli hanno conferito, ma mai come in questo particolare momento storico, questa eventualità risulta essere particolarmente attuale.
Nino Minardo, con molta freddezza, con l’autorità che gli appartiene per l’importante ruolo istituzionale, gli ha notificato per ben due volte un messaggio chiaro e preciso. E Schifani, che a Roma ci va spesso, sa che se Minardo parla in questo modo, vuol dire che lo può fare.
Adesso tutti i cialtroni della politica sono lì, a palazzo, per tentare di restare quanto più a lungo attaccati alla poltrona, al lauto stipendio, e sono lì a cercare di convincere Schifani ad attendere, ma obiettivamente quali fatti politici evolutivi dovrebbe attendere? Emergono in tutta la loro gravità i peggiori fatti della storia recente di questa regione che sicuramente stanno condizionando il pensiero di Schifani in questi momenti: l’arresto di Cuffaro, la condanna di Miccichè, le vicende giudiziarie gravissime di una dozzina di deputati regionali, la vicenda di Galvagno, gli scandali sulla sanità e adesso lo scandalo sull’ambiente che coinvolge Armao, ma non solo visto che tra i deputati per cui è richiesta la misura cautelare ci sarebbe anche Lombardo Junione, nipote di Raffaele Lombardo, che sicuramente sarà costretto a muoversi con un tono più sommesso nelle sue richieste di partecipazione all’attività di governo. Ma i fatti peggiori potrebbero ancora arrivare e forse questo potrebbe essere un tassello in più per far dimettere il governatore, se è vero come è vero che a metà mese è attesa la sentenza del processo a Sammartino, che è anche vicepresidente. Una eventuale condanna per mafia a Sammartino aprirebbe le porte anche al commissariamento.
Parimenti, seppure meno grave, ma certamente compromettente sarebbe la condanna della Amata, che è stata difesa da Schifani, ed il cui processo risulta maturo per la decisione. Dopo la condanna di Miccichè, appare chiaro che Galvagno difficilmente potrà avere una sorte giudiziaria diversa. L’uomo che licenziò platealmente il suo dirigente alla segreteria tecnica, perché fermato dalla guardia di finanza mentre “a bordo di una vettura della Regione siciliana fu trovato in possesso di tre grammi di cocaina” (citiamo testualmente le fonti de La Repubblica pagina di Palermo), oggi rischia una condanna per avere usato la sua auto blu per altre finalità istituzionali, mentre il dirigente da lui allontanato platealmente, e poi recuperato nel gabinetto di altri assessori regionali, non sembra che abbia avuto alcuna conseguenza giudiziaria. Evidentemente per commettere reati di questo tipo occorre essere stati almeno presidenti dell’Ars, altrimenti non sei perseguibile.
Il campo largo della sinistra invoca in massa le dimissioni di Schifani e si dicono pronti a manifestare e forse anche ad occupare il palazzo giorno 13. Mi chiedo e ci chiediamo tutti: ma una persona perbene come Schifani, che è stato presidente del Senato ed ora presidente della Regione, per forza deve arrivare a raschiare il barile? Forse la misura è colma e la dignità impone di andare via.
E mentre Schifani riflette sulle dimissioni, Cassì che fa parte dello stesso partito di Schifani, Forza italia, ha chiamato il suo sarto per prendere le misure per l’abito nuovo, un abito da deputato regionale. Quando muore un Re, un altro diventa Re.











