È approdato davanti al giudice monocratico del Tribunale di Ragusa il processo che vede imputati un avvocato 63enne di Vittoria e la moglie 54enne, accusati di aver sottratto – attraverso una serie di prelievi con una carta Postamat – più di 34mila euro a un anziano vittoriese, classe 1939, già da tempo in condizioni di fragilità e sottoposto a misure di tutela. I prelievi contestati sarebbero stati effettuati tra il 2019 e il 2020, tra Vittoria e Scoglitti.
La coppia non è nuova alle aule di tribunale: entrambi sono già stati condannati in primo grado dal Tribunale di Pordenone per circonvenzione di incapace, con pene rispettivamente di 3 anni e 9 mesi e 3 anni e 2 mesi, oltre alla confisca di circa 160 mila euro. Una sentenza contro la quale hanno già presentato appello.
Il nuovo procedimento nasce da ulteriori movimenti sospetti: secondo l’accusa, i due avrebbero continuato a gestire e utilizzare la carta dell’anziano anche dopo il suo trasferimento al Nord, dove l’uomo si era rifugiato per allontanarsi da una situazione che già in passato aveva mostrato segnali inquietanti. L’anziano, un tempo professionista stimato e benestante, era stato dichiarato incapace e affidato a un amministratore di sostegno dal 2018; nel 2021 era arrivata anche l’interdizione con la nomina di un tutore. Oggi è parte civile nel processo attraverso la sua rappresentante legale.
La storia, però, affonda le radici in un contesto ancora più oscuro. In un precedente fascicolo – poi finito in prescrizione – la stessa coppia era stata indagata per la sottrazione di beni per un valore di circa 500 mila euro, tra appartamenti e contanti. Secondo quanto emerso allora, la donna avrebbe inscenato finte trance e sedute spiritiche, sostenendo di parlare con la madre defunta dell’anziano, alla quale l’uomo era profondamente legato. Da quelle presunte “comunicazioni” sarebbero scaturiti appunti e istruzioni che lo avrebbero indotto a cedere beni e proprietà.
Il quadro delineato dagli inquirenti è quello di una manipolazione psicologica protratta nel tempo, resa possibile dalla solitudine e dal progressivo decadimento cognitivo della vittima. Una vulnerabilità che, secondo l’accusa, sarebbe stata sfruttata con metodo e continuità.
Ora il Tribunale di Ragusa dovrà stabilire se anche i prelievi contestati – oltre 34 mila euro – siano riconducibili alla stessa condotta. Il processo è appena iniziato, ma la vicenda riporta al centro dell’attenzione un tema drammaticamente attuale: la protezione delle persone fragili e il rischio, sempre più frequente, che la fiducia riposta in chi si presenta come “amico” o addirittura “parente” si trasformi in un incubo giudiziario e umano.
Un caso che scuote la comunità e che, ancora una volta, mette in luce quanto sia sottile il confine tra assistenza e abuso quando a essere coinvolti sono anziani soli e vulnerabili.










