Una residente di Marina di Ragusa racconta una notte che, ancora una volta, ha messo a nudo il problema della movida incontrollata nella zona di Punta di Mola. Sono le 02.45 quando un gruppo di ragazzi decide di sedersi sulle panchine della pista ciclo‑pedonale. Fin qui nulla di anomalo: è estate, è sabato notte, la presenza di giovani non sorprende nessuno. Ma quello che accade subito dopo trasforma una normale notte marina in un incubo per chi abita lì.
Secondo la testimonianza, i ragazzi iniziano a correre con gli scooter sulla passerella in legno, trasformando un percorso pensato per pedoni e ciclisti in una pista improvvisata. A ogni “gara” fanno precedere un colpo di clacson, come se fosse un segnale di via, incuranti del rumore che rimbalza tra le case. Sono ubriachi, urlano, mettono la musica a volume altissimo, ignorano completamente la presenza delle abitazioni a pochi metri. E quando qualcuno, esasperato, chiede silenzio, la risposta è un grido che gela il sangue: “Svegliamoli tutti questi che rompono le palle che vogliono silenzio”.
La residente, stremata, affida ai social uno sfogo che è molto più di una lamentela: è una denuncia sociale, un appello, un monito. Si rivolge direttamente a quei ragazzi, chiamandoli “decerebrati”, ma non per insulto gratuito: per scuoterli, per farli riflettere su ciò che oggi non vedono e che un giorno potrebbero vivere sulla propria pelle. “Vi auguro di trovare lavoro, di alzarvi presto la mattina e di voler riposare la notte”, scrive. “Vi auguro di mettere su famiglia, di avere bambini piccoli che dormono o genitori anziani da accudire”. È un augurio amaro, che rovescia la prospettiva: ciò che oggi è divertimento senza freni, domani potrebbe diventare paura, responsabilità, fragilità.
Il passaggio più duro è quello finale, quando la residente ricorda che il terrore che un giorno proveranno per i loro figli in giro di notte, ubriachi o spericolati, è lo stesso terrore che i loro genitori stanno provando adesso. Una frase che colpisce perché mette al centro non solo il disagio dei residenti, ma anche la solitudine delle famiglie che non sanno dove siano i propri figli, cosa stiano facendo, quanto stiano rischiando.
L’episodio riaccende un tema che a Marina di Ragusa torna puntuale ogni estate: la convivenza difficile tra chi vive e lavora nella zona tutto l’anno e chi, nelle ore notturne, trasforma spazi pubblici in luoghi di caos. Una convivenza che, senza controlli adeguati e senza un’assunzione di responsabilità collettiva, rischia di diventare ogni notte un conflitto aperto.










